Dei vizi del programmatore #3: Orgoglio

Tutto comincia con una normale riunione tra programmatori, magari dedicata all’analisi di un nuovo intrigante progetto software. I toni inizialmente tranquilli all’improvviso si alzano e quello che doveva essere un incontro di routine si trasforma rapidamente in qualcos’altro. La discussione, ora vivace e concitata, diventa un vero e proprio alterco. Sedie penne e matite vengono spostate freneticamente, le voci si sovrappongono l’un l’altra e man mano che il tempo passa il meeting assomiglia sempre più a un furioso scontro tra galli combattenti. Se avete una certa carriera alle spalle ci siete già passati; se non l’avete state tranquilli, prima o poi ci passerete anche voi.

L’Ego del Programmatore

Quasi tutti i programmatori con cui ho avuto a che fare, incluso il sottoscritto, condividono almeno un tratto caratteriale: un ego ingombrante. Mike Bernat ci ricorda che diventare bravi programmatori è un processo lungo e impegnativo, che ci induce ad affinare le nostre capacità analitiche sviluppando mentalità e attitudine al perfezionismo. Alla fine del percorso ci troviamo in dote una forte fiducia nelle nostre capacità professionali, una fiducia che in alcune occasioni rischia di scatenare quello che io chiamo l’ego del programmatore, ovvero il nostro possente orgoglio.

Nel suo libro The Psychology of Computer Programming, Gerald M. Weinberg propone un’idea tanto semplice quanto difficile da mettere in pratica:

L’idea è che i programmatori devono combattere la loro naturale tendenza a considerare i loro programmi come parte di se stessi, un atteggiamento che comporta il rifiuto preconcetto di ogni tipo di critica. Piuttosto, dovrebbero fare del loro meglio per considerare le loro creazioni come oggetti indipendenti da se stessi, distaccati dal proprio io, e ascoltare le critiche in modo spassionato, giudicandole nel merito. E’ una vera e propria disciplina spirituale della quale nessuno di noi [programmatori] è dotato, ma vale la pena provarci.

Personalmente ricordo diverse occasioni in cui mio malgrado mi sono lasciato trascinare in “combattimenti tra galli”. A volte ne sono uscito vincente, altre volte ho dovuto ripiegare (non senza aver perduto qualche piuma). Col tempo credo e spero di essere migliorato, i consigli di Weinberg ho cercato e cerco tutt’ora di seguirli, ma certo la strada è lunga e tortuosa. E’ pur vero che in alcune occasioni l’aver ceduto, ritirando le mie proposte in favore di quelle altrui, si è rivelato un grave errore. Le conseguenze di certe scelte fatte in base a chi fosse il gallo più forte del pollaio, le pago ancora oggi. Ho imparato a mie spese che non sempre l’orgoglio del programmatore è un tratto negativo, anzi!

Se la vostra idea è quella giusta sostenetela a spada tratta fino in fondo, ma accertatevi che non sia esclusivamente il vostro orgoglio a condurre le trattative! In queste occasioni è molto importante concedere diritto di parola e giusta attenzione ai nostri interlocutori, soffermandoci a meditare sulle idee e le critiche ricevute prima di respingerle a priori. Se le riteniamo fondate facciamone tesoro apportando le dovute correzioni alla nostra stessa idea. Ciò che più conta, in realtà, è la qualità finale del progetto. Se alla fine si rivelerà un successo, il nostro orgoglio ne sarà ampiamente ripagato.

PS: a proposito di Weinberg, il suo libro è del 1971 ma è ancora attualissimo e ve lo consiglio caldamente. E’ disponibile in formato eBook su Amazon e altrove a prezzi modici. Non lasciatevi ingannare dal fatto che nel testo si parli di linguaggi ormai superati. In quarant’anni la gente non è cambiata affatto.

  • http://gabrieleromanato.com/ Gabriele Romanato

    Si è vero, l’orgoglio è un tratto sicuramente ingombrante. Riconosco anch’io quel gonfiarsi dell’ego quando si tratta di proporre soluzioni o di far valere una proposta su di un’altra. Riconosco anche quella voglia di competizione, quell’ossessivo consultare le statistiche del proprio sito per vedere se l’articolo su cui puntiamo viene seguito, commentato, condiviso. E quel male sottile dell’invidia, quella tentazione dell’invidia, quella rivalità, quella gelosia, tutte mele dello stesso albero della stessa perdita dell’innocenza. Siamo forse dei bambini cresciuti troppo in fretta, con una mente vasta e irrequieta che, come l’albatros di Baudelaire, fa fatica ed è goffa nel mondo. Un mondo che spesso ci sfugge ma del quale condividiamo gli stessi difetti: e non se ne esce con un return! :-)

    • http://nicolaiarocci.com Nicola

      A parziale consolazione Gabriele, devo dire che questi atteggiamenti si riscontrano in quasi tutti gli altri ambienti e settori di lavoro, non solo del nostro… Il che, tutto sommato, non credo sia una buona notizia.